Historia

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Un manto d’ombra silente ricama, celandoli, lontani anni di luce, quando le grida e i cuori innalzarono fieri i loro stendardi e la magnificenza dell’antica città di septempeda riarse di nuova e inaspettata vita giacché, come la fenice che dalle sue ceneri si solleva spinta dal ricordo delle fiamme, andò a riprendersi quanto la storia le aveva ingiustamente strappato.

L’anno è il 1239: papa Gregorio IX scomunica come già aveva fatto il suo predecessore Onorio III, Federico II, re di Germania e di Sicilia, imperatore del Sacro Romano Impero. Nel 1245 papa Innocenzo IV induce il concilio di Lione a dichiararlo deposto. Le continue lotte tra coloro che appoggiavano il papa, i Guelfi, e i sostenitori dell’imperatore, detti invece Ghibellini, che avevano sconvolto nelle loro sanguinose battaglie lo stivale dalle terre di Sicilia alle contrade lombarde si trovavano ora a un punto cruciale. Colui che crebbe sotto la tutela di un papa per divenirne poi vassallo e che per tutta la vita sfidò con coraggio coloro che sedettero, succedendosi, sul trono di Pietro, si apprestava ora a subire una dura controffensiva che, partendo dalle sante mani della chiesa di Roma, avrebbe di li a poco spazzato di colpo le carte in tavola e con esse le sorti di molti comuni ghibellini.

In questi anni tumultuosi si colloca la rinascita della nostra antica città, San Severino, che da alcuni decenni stava ormai riscoprendo una nuovo e promettente progresso nelle arti, nelle scienze e nel commercio e che, pur avendo durante la sua lunga e spesso oscura storia mutato nome gloriandosi infine con quello del suo santo patrono, non aveva mai completamente reciso il filo sottile che la vedeva congiunta a un passato di gloria. San Severino era, ci sia concesso dire, in quel periodo e nella Marca, un’isola ghibellina in un mare dove invece a farla da padroni erano le forze guelfe. Durante il periodo delle lotte tra papato e impero infatti, quasi tutti i comuni della Marca si schierarono a favore del papa, i Sanseverinati invece parteggiarono sempre con il partito ghibellino e per questo si trovarono più di una volta in lotta con le città guelfe; quasi che l’ostilità papale che aveva accompagnato le gloriosa gesta di Federico II si rispecchiasse ora nell’intreccio d’accordi, d’alleanze e di tensioni che segnavano profondamente la città sia nel suo interno che nei rapporti con i suoi vicini.

Il contingente, come la storia insegna, è spesso necessario e sufficiente perché le parole e le promesse degli uomini cadano in miseria: il 21 ottobre 1217 veniva stipulata tra i comuni di San Severino, Montemilone, Camerino, e Matelica un’alleanza in cui veniva giurata eterna pace e amicizia tra i consoli di Camerino e il podestà di San Severino, Fildesmido da Mogliano, che rappresentava allo stesso tempo anche i comuni di Montemilone e Matelica. Bastarono pochi anni perché le carte che vennero sottoscritte rigettassero l’inchiostro versato. Nell’anno che segnò la sconfitta di Federico II sotto le mura di Parma, tre anni dopo essere stato deposto dal santo pontefice, San Severino stava per conoscere, quasi che la storia avesse scelto lei per il proprio monito, le conseguenze per aver mantenuto una linea politica tanto problematica e coraggiosa. L’anno è il 1248, il giorno 27 del mese di marzo; questa volta scenario di nuovi accordi è Pollenza: i comuni di Camerino, Matelica (che non tarderà a ritirarsi prima e ravvedersi poi), San Ginesio, Tolentino, Montemilone, Montecchio e Cingoli sottoscrivono un’alleanza contro i seguaci dell’imperatore tra i quali vengono nominati: il comune di Osimo, i signori di Falerone, Fildesmido da Mogliano e certo non per ultimo San Severino. Con questo patto viene stabilito di interrompere tutti i rapporti commerciali con San Severino e, tra le altre e certo non meno importanti clausole, di aiutare Camerino a recuperare il castello di Pitino che era ancora in mano ai settempedani. Camerino era all’epoca una tra le più importanti e potenti città guelfe della Marca. Spesso accadeva che le fortune di altri comuni dipendessero dall’astuzia con cui si riusciva a concludere affari con i suoi consoli e le alleanze e i movimenti a mo’ di banderuola di cui si facevano protagonisti alcuni comuni, trovano in questo una valida spiegazione.

Ma San Severino, come abbiamo già precisato, non faceva parte di questi, anzi. Nonostante ciò le difficoltà che dovette incontrare nel successivo ventennio non furono poche a cominciare dal problema dei commerci, che in virtù della “carta di Pollenza” vennero fortemente penalizzati: le perdite ingenti che ne derivarono andarono a gravare in modo esponenziale su tutta l’economia della città, e in particolar modo, come sempre accade, a discapito delle fasce più povere della popolazione. Il malcontento cresceva tra la gente e con esso il desiderio di riscatto, mentre un abile lavoro dei monasteri e dell’attività comunale riusciva nonostante tutto, in virtù di un processo che era già ampiamente avviato, ad ampliare notevolmente il territorio della città unendovi vari Castelli che contemporaneamente i vescovi di Camerino andavano invece cedendo. In tal fatta San Severino riuscì sempre a mantenere le proprie mura solide e deste, e anzi proprio al desiderio di divincolarsi definitivamente dalle morse dei nemici storici seguì un periodo nel quale furono gettate le basi per la realizzazione di un ordinamento militare che da lì a pochi anni avrebbe accompagnato l’immagine di San Severino negli altri comuni, alla pari con quella del celebre castello che sorge sul monte Nero.

Come, certo non per amore della scrittura, o per vana gloria, ci si è dilungati ad affermare, San Severino restò sempre fedele al partito ghibellino e questo anche dopo che, deposto Federico II, gli succedette il figlio, Manfredi, che, con la stessa veemenza che aveva caratterizzato il padre, sfidava a più riprese il papa intestando gli atti pubblici con queste parole: “regnante domino nostro Manfredo, Dei gratia serenissimo rege Siciliae”. Intanto, nella città, il podestà Fildesmido nel corso di quei difficili anni si era accorto che mancava un corpo di soldati scelti, una compagnia di cavalieri che obbedissero soltanto al suo potere e che avessero potuto dar la loro vita per la sicurezza della città e per la causa imperiale. La città era si dotata di un efficiente esercito, di un reparto di cavalleria addestrato ma mancava un gruppo coeso negli ideali fraterni della cavalleria, dell’onore e della fedeltà alla patria. Doveva scegliere un soldato esperto, un cavaliere su cui riporre la sua fiducia. Un compito arduo.

C’erano molti cavalieri di cui fidarsi ma doveva scegliere accuratamente. Girava voce in città, da qualche tempo, che era arrivato un nobile cavaliere figlio di vassalli della Truschia, che era tanto abile con la sua spada quanto umile nel suo ideale, di sani principi cristiani. Sentiva che costui sarebbe stato perfetto per il comando della compagnia che intendeva creare. Arcanto, detto dello lupo solitario, era il suo nome, e quando si vide affidato questo difficile compito dal podestà non rifiutò perché era la sua patria stessa che glielo chiedeva e, per il bene della sua terra non avrebbe certo rifiutato. Così nacque, nel 1256, la compagnia del Grifone della Scala. Subito si unirono altri cavalieri spinti da questa fedeltà, alcuni addirittura semplici soldati, ma ai quali certo non mancavano la forza e l’onore. I primi che aiutarono Arcanto nel realizzare questa difficile impresa furono Gualtiero dell’aquila, Tommaso lo Zoppo e Giona delle sette porte.

La stessa compagnia proclamò la sua fedeltà a Manfredi e quando seppe che nei pressi s’aggirava l’esercito imperiale con il comando di Percivalle Doria e Enrico da Ventimiglia, informò di ciò il comune il quale non esitò a mandare emissari ai due comandanti con lo scopo di offrire loro ospitalità e base di campo. Gli emissari imperiali, poiché avevano l’ordine di punire le città della Marca e della Romagna che avevano tradito l’imperatore, accettarono l’invito della città. San Severino divenne dunque la loro residenza e piazza d’arme. La compagnia del Grifone aveva modo così di ampliare le sue conoscenze e di dare a sua volta il suo ausilio e le informazioni della zona ai suoi comandanti. Addirittura un cavaliere che apparteneva alla cavalleria imperiale su sollecitazione di Arcanto decise di stabilirsi definitivamente nella città e di unirsi alla compagnia: Roberto di Taranto, nobile normanno, detto poi dello Leone Rampante. Insieme pianificarono l’assalto a Camerino, e il 27 agosto del 1259 Percivalle Doria aiutato dall’esercito locale settempedano e dalla compagnia del Grifone attaccò e distrusse la città. La ribellione del podestà Ranieri dei Baschi fu pagata cara dagli abitanti camerti. Percivalle e gli altri soldati furono grati a San Severino, ma soprattutto ai cavalieri della compagnia del Grifone che erano stati loro di così grande aiuto. Il podestà, appoggiato dai suoi cavalieri della compagnia rinnovò a solenne adunanza davanti a Percivalle il giuramento di fedeltà al re, il 6 Maggio 1263. La compagnia contribuì alla conquista di numerosi castelli nel territorio, che ampliarono di molto il comune: il castello di Pitino, Gagliole e Carpignano che furono più volte ripresi e persi dai settempedani.

Quando nel 1266 l’esercito di Manfredi fu definitivamente sconfitto e lo stesso re morto i guelfi ebbero dovunque il sopravvento. A San Severino ci fu grande costernazione, il podestà fu costretto a cambiare fazione mentre per la compagnia del Grifone fu una scelta molto più difficile. Lo capitano Arcanto e lo vice-capitano Roberto che nel frattempo era stato nominato, nel gran consiglio del 26 ottobre 1266 valutarono questo problema e lo sottoposero al giudizio degli altri cavalieri. La questione era se seguire l’ordine del podestà o rimanere fedele al proprio ideale. I cavalieri dovettero prendere la decisione più dura, ovvero seguire il volere del comune perché era per questo che la compagnia era stata creata. Nel corso degli anni nella compagnia entrarono molti guerrieri, come: Messer lo Draco, Guglielmo della Quercia, Orlando Fulcherio, Cosimo della Marca, Mastro Varro, ognuno abile nel suo campo e fedele alla compagnia.

Negli anni seguenti, quando scoppiarono rivolte a favore della causa imperiale San Severino aderì sempre e la compagnia con esso, per ristabilire le garanzie che il malgoverno dei Rettori pontefici avevano soppiantato. La giustizia, l’onore, la fedeltà e l’umiltà rimasero sempre gli ideali della compagnia, e quando nei campi di battaglia di quegli anni sanguinosi si udiva urlare “Onore et Umiltà” si capiva che la temuta compagnia del Grifone della Scala del Santo Severino era presente.

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